Ho intervistato Gabriele Palmieri, cantante dei “For My Demons” fuori con “Tristesse” (16 Gennaio), un album interamente dedicato a Van Gogh
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[ITA] Come nasce l’idea di dedicare un album ad un pittore, nel particolare Vincent Van Gogh?
L’idea non è nata in un momento preciso né da una scelta immediata. Dopo “Invisible” ci siamo presi del tempo, davanti a qualche birra, per confrontarci su quale potesse essere la tematica del nuovo album.
Abbiamo valutato diverse possibilità: eventi storici, grandi classici, opere letterarie, fino ad arrivare anche a figure e personaggi. Vincent Van Gogh è stato una delle opzioni che abbiamo preso in considerazione.
La scelta, però, è arrivata in modo piuttosto naturale. Approfondendo la sua storia, leggendo le biografie e studiando il suo percorso umano e artistico, ci siamo resi conto che era la direzione più adatta per noi. Il suo modo di vivere l’arte, la sua sensibilità, quella vena romantica e decadente che attraversa tutta la sua vita, ci sono sembrati perfettamente in linea con il nostro linguaggio musicale e con ciò che volevamo esprimere.
Van Gogh è conosciuto per il carattere impulsivo e tormentato, quasi tutti ricordiamo l’epiteto in cui si tagliò l’orecchio dopo aver litigato con il compagno di stanza Gauguin. Una narrazione decisamente “death metal”, che ne dite?
Può sembrare una storia degna di una canzone death metal delle grandi band del genere. Il taglio dell’orecchio secondo me non è un episodio isolato legato al litigio, ma il punto di rottura di un periodo segnato da tensioni e fragilità emotiva, nel tentativo di gestire un rapporto umano complesso tra due artisti altrettanto complessi. Per Van Gogh, la separazione da Gauguin e la sua partenza dalla Casa Gialla di Arles rappresentano un momento devastante, quasi un baratro. Tutto quello che fino a quel momento aveva anche una valenza artistica si trasforma in qualcosa di instabile e profondamente doloroso, fino a diventare insostenibile.
“9 Weeks” è un brano ispirato proprio da questa particolare convivenza, ce lo volete raccontare?
Sì, assolutamente. 9 Weeks è un brano che nasce principalmente da un dialogo molto intenso tratto dal film Lust for Life del 1956, in cui Van Gogh è interpretato da Kirk Douglas e Gauguin da Anthony Quinn.
C’è questa scena in particolare, molto incalzante, in cui i due si confrontano in modo quasi conflittuale, cercando di affermare le proprie visioni dell’arte, le proprie emozioni e il proprio modo di vivere la pittura. “9 Weeks” è, in un certo senso, la trasposizione musicale di quel dialogo: una sorta di scontro, ma anche di incontro, tra due sensibilità artistiche molto diverse. Consiglio a tutti di vederlo, per chi non lo avesso già fatto.
Questo artista iconico incarna l’emblema della corrente post-impressionista. Grazie alla sua tecnica unica, fatta di turbinose pennellate corte e spesse, col colore applicato direttamente dal tubetto alla tela, trasmette un vorticoso ed instabile senso di movimento, energia e tensione emotiva. Uno stile vivo: pulsante come un cuore, un battito, un ritmo… un esempio lampante? La Notte Stellata, con tutte quelle stelle vorticose. In che modo la vostra musica riflette l’approccio artistico di questo grande personaggio?
Sì, questo esempio è davvero molto calzante e molto bello, complimenti! Nel nostro modo di comporre c’è sempre un equilibrio tra impulso e riflessione. Da una parte c’è l’istinto: quando scriviamo una melodia cerchiamo di essere diretti, senza troppi filtri, e se qualcosa non ci convince viene scartato subito. Dall’altra parte, però, c’è una fase più riflessiva, che riguarda l’ascolto, l’armonizzazione e l’arrangiamento, dove il brano prende forma in modo più consapevole. In questo senso, quella componente impulsiva che si ritrova anche nell’arte di Van Gogh la sentiamo molto vicina al nostro modo di lavorare.
Colgo altre analogie tra voi: il vostro moniker “For My Demons”, ad esempio, mi rimanda al tormento interiore e alla sofferenza. Ombre che si manifestano anche in brani come ‘Shades of Past’, dove esplorate il rapporto tra il pittore e Sien Hoornik, una vicenda segnata da passioni proibite e scelte difficili. In che modo questo brano risuona nella vostra personale esperienza musicale e poi di vita?
Sicuramente ognuno di noi ha delle “ombre del passato” con cui fare i conti, chi più chi meno. Quello che cambia è forse la scala di grigi con cui queste ombre si manifestano… qualcuno ne ha di più scure, qualcuno un po’ più leggere. (ride)
Il moniker For My Demons è nato nel 2016, quando ho deciso di dare vita a questo progetto, e ha un doppio significato. Da una parte c’è il mio grande amore per i Katatonia, una band che per me è stata, ed è tuttora, una fonte di ispirazione enorme. Dall’altra parte è legato a un periodo personale piuttosto complesso che stavo attraversando in quel momento, tra la separazione dalla mia precedente band, i Neverdream, e altri cambiamenti importanti nella mia vita. Per questo motivo, brani come Shades of Past risuonano molto anche nella nostra esperienza personale. Ma in fondo è qualcosa che riguarda un po’ tutti, perché ognuno, a modo suo, convive con le proprie luci e le proprie ombre.
Avete attuato delle scelte “tecniche” in particolare per comunicare un sentimento o meglio dire un’ “impressione” che si manifestasse all’interno di questi due brani?
Non ci sono tecniche particolari che utilizziamo in modo consapevole per comunicare un sentimento o un’impressione. Più che altro, il nostro approccio è legato alla costruzione del concept.
Io ho sempre lavorato in questo modo, anche nella mia esperienza con i Neverdream: trovo che il concept album sia la forma più completa e interessante per sviluppare un’opera musicale, perché permette di creare un filo conduttore tra i brani.
Tendiamo a costruire l’album in maniera molto visuale. Personalmente immagino i testi come una sceneggiatura: una sequenza di immagini, di personaggi e di momenti che scorrono, accompagnati dalla musica come fosse una colonna sonora. È esattamente l’approccio che abbiamo seguito anche in Tristesse.
Ci sono stati album, generi, gruppi musicali nel particolare che vi hanno ispirato o da cui avete preso spunto?
Non ci sono stati album, generi o gruppi specifici dai quali abbiamo preso direttamente spunto per comporre Tristesse. Ci sono però, come per qualsiasi musicista, delle influenze che fanno parte del nostro background e che inevitabilmente contribuiscono a definire il nostro linguaggio artistico. Personalmente, nel mio percorso c’è sicuramente molto degli anni ’90, dai primi Dream Theater ai Katatonia, Pain Of Salvation, Fates Warning, senza dimenticare anche diverse influenze degli anni ’70, Pink Floyd in primis. Detto questo, credo che i For My Demons abbiano sviluppato un suono piuttosto personale e non facilmente catalogabile. Questo anche perché ogni membro della band proviene da esperienze e ascolti diversi, e questa varietà si riflette direttamente nel nostro modo di scrivere musica.È proprio questa combinazione che, secondo me, rende il nostro songwriting un po’ particolare
“Prima di dare del pazzo a Van Gogh sappi che lui è terrazzo, tu ground floor…” Spesso alla figura di questo pittore si associa il genio incompreso. Molti autori hanno notato questo binomio dedicandogli qualche rima, più recentemente mi viene in mente Caparezza con il suo “Mica Van Gogh”. Vi capita di sentirvi fraintesi o poco apprezzati, un po’ come Vincent Van Gogh?
Quella del sentirsi fraintesi o poco apprezzati è una battaglia che va oltre il semplice ambito musicale… e probabilmente sarebbe un discorso molto lungo e anche piuttosto personale (ride). Per quanto mi riguarda, è una sensazione che in passato ho percepito, soprattutto rispetto ad alcuni lavori e a parte della nostra produzione. Credo però che sia qualcosa che, prima o poi, capita un po’ a tutti i musicisti.
La cosa interessante è che, in controtendenza, con Tristesse stiamo ricevendo molti riscontri positivi, anche piuttosto eterogenei, da addetti ai lavori e da musicisti, compresi quelli della nostra stessa città. È un tipo di risposta che in passato non avevamo mai avuto in questi termini. Questo mi porta a pensare che, a volte, la sensazione di essere incompresi possa essere legata anche a un certo grado di autocritica che magari non è ancora del tutto sviluppato. Oggi vediamo che Tristesse sta arrivando a più persone perché, secondo noi, è un lavoro più maturo e più diretto. Probabilmente in passato non era tanto una questione di incomprensione, ma del fatto che quei dischi fossero meno accessibili o meno immediati.
Naturalmente è solo una mia considerazione (ride).
A questo proposito cosa vorreste dire a chi vi sta leggendo?
Ma Veramente Quella “canzone” ha vinto il festival di Sanremo?
Autore di oltre novecento dipinti e di più di mille disegni, la vostra discografia quanti album conta?
Ad oggi 3 Album, purtroppo o per fortuna non credo arriveremo a pareggiare una produzione così estesa.
Vi chiedo uno sforzo immaginativo, se Vincent fosse un metallaro, che genere ascolterebbe?
Era molto altalenante in termini di stati d’animo, non saprei risponderti. Avebbe potuto consumare la discografia degli Halloween quando felice ed innamorato come essere un assoluto seguace del genere Doom in altri momenti.

Passando a domande molto più focalizzate sul vostro album “Tristesse” e sul vostro approccio compositivo, che tipo di musicisti reputate di essere? Vi inserite tra quelli che non saltano mai una serata di prove oppure tra quelli che compongono “a distanza”?
Ci sono diverse fasi nella vita dei For My Demons che ci portano ad essere, di volta in volta, un tipo di musicisti diverso. Durante la preparazione dei concerti le prove costanti diventano fondamentali, perché ci permettono di mantenere una buona intesa e un suono compatto, e lì cerchiamo di essere il più precisi possibile.
Per quanto riguarda la composizione, invece, il processo è un po’ più aperto: ci incontriamo in modo meno frequente, ognuno porta idee e spunti, e poi lavoriamo insieme per svilupparli e costruire gli arrangiamenti. Quindi diciamo che la fase più “disciplinata” è quella legata ai live, mentre la scrittura è un momento più libero e creativo.
Quante ore dedicate settimanalmente ad esercizio e miglioramento della performance?
Posso rispondere personalmente dicendo che, da quasi dieci anni, dedico due ore a settimana allo studio del canto, ogni venerdì, ed è un appuntamento a cui non rinuncerei mai.
Per me è un momento fondamentale, perché mi permette di mettermi alla prova studiando approcci diversi, generi differenti, dal pop al musical, e cantanti con tecniche anche molto distanti dal mio modo di cantare. È un tempo che mi prendo per me stesso, in cui riesco a lasciare fuori tutto il resto e concentrarmi solo sulla musica.
Sempre a proposito di prove, chi è tra voi il più pigro, quello che inventa sempre scuse per rimandare?
No, per fortuna nessuno di noi è così pigro… anche se ogni tanto qualcuno ci prova (ride)
La scusa più folle sentita fino ad ora?
Le scuse più folli ce ne sono diverse, ma quelle che vanno per la maggiore sono sicuramente i numerosi “lutti” che colpiscono persone invitate ai nostri concerti. Di alcuni di questi amici conosco storie davvero incredibili… gente che, a quanto pare, ha perso anche cinque, sei, sette nonni o parenti lontani nel giro di poco tempo (ride)
Quanto influisce la post-produzione sul vostro materiale?
La post-produzione per noi è molto importante, ma in realtà gran parte di questo lavoro avviene già nella fase di pre-produzione. Nel nostro approccio partiamo da idee grezze che poi sviluppo personalmente come progetto, e da lì inizia un processo che è già, di fatto, una forma di post-produzione: lavoriamo sugli arrangiamenti, sperimentiamo soluzioni diverse e facciamo molte prove, fino ad arrivare a una versione che ci soddisfa davvero. Quindi sì, la post-produzione è fondamentale, ma non tanto per correggere o “coprire” imperfezioni, quanto per sviluppare il materiale, esplorare diversi suoni e trovare la veste più adatta al brano.
Quali sono le vostre esperienze individuali prima di “For My Demons”?
La mia esperienza precedente ai For My Demons è stata anche la più longeva fino ad oggi. Sono stato il batterista dei Neverdream, una band progressive metal con cui abbiamo pubblicato quattro album e fatto numerosi concerti, anche con buone esperienze a livello internazionale.
È stata un’esperienza fondamentale per il mio percorso artistico, perché mi ha permesso di crescere molto e mi ha dato il bagaglio musicale e culturale che porto ancora oggi.
Da lì è nato poi For My Demons, inizialmente come progetto solista, che nel tempo si è evoluto fino a diventare una band vera e propria con la formazione attuale.
Guardando al vostro percorso musicale, qual è il punto di arrivo che vi siete prefissati?
Il punto di arrivo, quando si arriva alla nostra età, cambia. Può sembrare anche un po’ malinconico, ma in realtà è qualcosa di molto reale, e non per questo meno affascinante. Quelle “farfalle nello stomaco” che ti spingono, a vent’anni, a voler diventare la più grande rockstar del pianeta, con il tempo si trasformano. Non spariscono, ma cambiano forma. Le ritrovi ogni volta che una nota esce dalle casse dello studio, quando ascolti qualcosa che hai composto, o quando parte il primo colpo di batteria durante le prove. Quella sensazione non se ne va mai.
Oggi il nostro obiettivo è fare la musica che ci piace e divertirci il più possibile, mantenendo viva quella passione.
Vi sentite vicini o lontani all’obiettivo?
È difficile dire se siamo vicini o lontani, perché in realtà quell’obiettivo, in un certo senso, lo abbiamo già raggiunto. Se l’obiettivo è divertirsi, esprimersi e mettere passione in quello che facciamo, allora è qualcosa che viviamo ogni volta che suoniamo o componiamo.
Quindi più che inseguirlo, è qualcosa che continuiamo a realizzare nel tempo.
Vi auguro in bocca al lupo per la promozione del vostro album e spero di sentirvi presto con altro materiale.
Track list
- Shades of past 05:27
- Paint my dreams 05:59
- Sadness will last forever 06:11
- Wonderful 06:47
- Guilty 05:52
- 9 Weeks 05:11
- The other side of heaven 06:47
Line-up:
Gabriele Palmieri – Voce
Andrea Terzulli – Basso
Francesco La Dolcetta – Chitarre
Giovanni Masotti – Batteria
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