Frank Julian e il basso elettrico nella scena prog: dai bassifondi alle luci della ribalta, quando il basso diventa protagonista

“La voce dei bassisti” è una rubrica / bacheca aperta alla community, il cui scopo è dare spazio ai bassisti per raccontarsi, confrontarsi e condividere punti di vista sullo strumento.
Ciao Frank, tu sei un compositore e polistrumentista, anche se ti definisci prevalentemente un bassista. Ti va di raccontarci la tua esperienza alle quattro corde?
Ciao Susanna, intanto grazie per l’ospitalità nella tua rubrica. Comincio col dirti che sì… sono un polistrumentista, ma preferisco il basso elettrico per ovvi motivi. Quando avevo 16 anni, nella mia primissima band, suonavo la batteria; essendo sempre a contatto con gli altri strumenti (chitarra, basso e tastiere), chiesi al mio bassista di farmi provare il suo. Fu amore a prima vista: comprai il mio primissimo basso, un Yamaha RBX 170 a 4 corde, e da lì cominciò il mio studio dello strumento. Grazie al basso ho imparato a suonare la chitarra e la tastiera (anche se a livello base). Una volta presa dimistichezza con tutti questi strumenti, ho iniziato a studiare da autodidatta teoria musicale, arrivando a scrivere le prime partiture dei miei brani.
Parlaci dei tuoi progetti recenti…
Ti annuncio con piacere che ho firmato un contratto discografico con la Volcano Records & Promotion (ne approfitto per salutare il caro Alessandro!). Con loro uscirà il mio nuovo singolo dal titolo Vecna. Inoltre, in questo periodo, pubblico degli Shorts a giovedì alterni (due volte al mese) nel tardo pomeriggio, dove suono alcune delle parti di basso più iconiche di svariati artisti metal e rock. Potete trovare anche altri video in cui suono la chitarra — la mia Jackson Rhoads JS32, che ho soprannominato ‘Jackie Frank‘ — o contenuti in split-screen dove suono entrambi gli strumenti contemporaneamente.
Cosa rappresenta per te il basso elettrico?
Posso osare? Per me il basso è la perfezione. È timbrica, dinamica e il sostegno di un brano completo. Molto spesso viene considerato uno strumento scontato, ma non è affatto così: se ci pensi tutta la musica poggia sulle basse frequenze, per questo lo definisco la ‘perfezione’
In un panorama musicale così ampio, cosa ti ha spinto a identificarti con il progressive rock e a sviluppare il tuo stile all’interno di questo genere?
E’ il genere con cui mi esprimo meglio musicalmente e che mi accompagna fin dall’infanzia. I miei primi ascolti sono i vinili di mio padre: Pink Floyd, Alan Parsons Project e la musica di quell’epoca. Poi crescendo ho scoperto altri gruppi sia progressive rock, che progressive metal. Te ne cito uno in particolare… RUSH!
Nel prog il basso elettrico è molto in evidenza e si muove tra vere e proprie acrobazie come poliritmi e tempi dispari: cosa ti affascina o ti stimola di più in questo tipo di approccio?
Ciò che mi affascina di più sono il riff e il sound. Prendo sempre come riferimento lo stile di Geddy Lee dei Rush: tecnicamente e melodicamente i loro lavori sono perfetti. Tuttavia, ciò che mi stimola davvero è il pacchetto completo che un brano può offrire, ovvero quando lo ascolto devo emozionarmi. Se la musica diventa solo un puro concentrato di tecnica, personalmente tendo ad annoiarmi.
Ci sono altri generi, nella tua opinione, dove il basso viene un po’ “spettacolarizzato”?
Forse il Progressive Metal o il Djent. Prendo da esempio i Dream Theater, John Myung è indiscutibilmente un mostro sacro, ma quando ascolto i loro dischi spesso penso: ‘Sono pazzeschi, ma alla lunga mi stancano’. Come dicevo prima, la tecnica dev’essere un mezzo al servizio della creatività, altrimenti si rischia di risultare freddi. Naturalmente è solo un mio punto di vista, non critico i colleghi che prediligono il virtuosismo, anzi, li apprezzo perché rappresentano uno stimolo per migliorarmi e, per contrasto, mi aiutano a definire il mio stile.
Ci sono tecniche che prediligi?
In particolare, utilizzo spesso lo sweep tapping, diciamo che mi piace inserirlo in modo pesato e pensato per creare un groove particolare nella mia musica.
Secondo te quali sono i pilastri portanti di questo genere?
Come ho accennato anche prima, i Rush sono fondamentali, considero Geddy Lee un po’ il mio “papà”! ma aggiungo anche: Yes, King Crimson, Pink Floyd, Alan Parsons Project, ELP (Emerson, Lake & Palmer), Genesis, Dream Theater e la nostra PFM, questi sono solo alcuni. Se devo osare con un altro nome che apprezzo moltissimo, dico gli Angine De Poitrine.
Quanto conta la tecnica e quanto la creatività?
Come ho accennato prima, la tecnica è il mezzo che può aiutarti nella creatività. Allo stesso tempo, però, la creatività può spingerti a ricercare nuove tecniche, tutto dipende da chi vuoi essere e da quale tipo di musicista vuoi diventare.
Quando componi ti capita mai di pensare di aver “esagerato”?
Lo penso sempre! Infatti, quando completo un brano, lo riascolto dopo diversi giorni, ciò mi serve per capire se quello che ho scritto fila o se risulta eccessivo.

TOO MUCH, TOO LITTLE or JUST ENOUGH: come trovi il tuo personale “equilibrio”?
L’equilibrio lo trovo attraverso i vari ascolti, valutando la suonabilità del pezzo e il sound che il brano deve avere.
Come insegnante quale tipo di approccio ti senti di voler trasmettere ai tuoi studenti?
Molte persone, compresi alcuni insegnanti, mi hanno detto: ‘il basso non serve a niente!’. Quello che vorrei comunicare io è l’opposto: bisogna imparare a conoscere la musica profondamente. Credo fermamente che si debba aprire la visione all’allievo, tenendolo lontano da limiti e pregiudizi. Se uno studente è bravo, va spinto, incentivato e stimolato, mai messo da parte. Purtroppo ho notato che in Italia siamo ancora distanti da questa mentalità; non solo nella musica, ma in ogni disciplina esiste una forma di ‘baronia’, una piaga difficile da estirpare.
Nel tuo ruolo di insegnante, come affronti il fatto che alcuni ragazzi preferiscano un approccio più semplice oppure immediato?
Dipende molto dal ragazzo che ho davanti: a volte parto dalle basi più semplici, altre volte da un approccio più immediato. Quello che mi piace comunicare è la spinta allo sviluppo della propria creatività.
Nel progressive, dove la tecnica e la consapevolezza musicale sono fondamentali, spesso si taccia il bassista di virtuosismo ed esibizionismo: tu cosa pensi di questi stereotipi?
Come dicevo, prima di criticare un musicista bisognerebbe imparare davvero ad ascoltare la musica. Spesso ci si ferma solo al lato tecnico, trascurando quello creativo. Personalmente io guardo entrambi gli aspetti: se un musicista non è un virtuoso ma riesce a emozionarmi, per me ha raggiunto il suo scopo. Non dico che la tecnica non serva, ma va dosata per lasciare spazio anche alla creatività… Specialmente oggi che, con l’avvento dell’IA nella musica, è proprio il tocco umano a fare la differenza.
Come mai, secondo te, l’eccesso di tecnica nel chitarrista viene spesso percepito come un surplus mentre per il bassista è un vezzo considerato inutile o poco funzionale?
Per pura e semplice ignoranza! Per la maggior parte delle persone la musica ha solo due componenti: voce e chitarra. Ma la musica è molto di più. Prendiamo in esame Geddy Lee dei Rush: tecnicamente può sembrare meno eccelso di un John Myung, ma Geddy è il più grande bassista che il rock abbia mai avuto. Ti faccio un esempio: nel 1980 gli Iron Maiden uscivano con il primo disco, mentre i Rush pubblicavano l’album ‘Permanent Waves’ e l’anno dopo ‘Moving Pictures‘ (pietre miliari per il progressive, anzi sono tra gli innovatori del progressive metal). In entrambi i dischi troviamo un sound potente e un basso predominante. Ti dirò di più: tutti i grandi bassisti del metal, da Steve Harris a Cliff Burton, fino a John Myung e Les Claypool, si sono ispirati a Geddy. Tecnicamente sono diventati anche migliori e più complessi, creando linee iconiche, ma la fonte originale resta ineguagliabile e con uno stile unico.
Quanto è difficile trovare un’ identità bassistica, un approccio comunicativo?
Tanto… È davvero tanto difficile. Vuoi per il periodo storico che stiamo vivendo, vuoi perché la gente non è più abituata ad ascoltare o perché pochi hanno voglia di condividere. Quello che dico sempre è che bisogna imparare ad ascoltare, analizzare e suonare, per poi spingersi nella creazione di qualcosa di proprio, in modo tale da costruire la nostra identità musicale.
Qual è il tuo setup attuale?
Attualmente ho quattro bassi, tutti a 4 corde: Ibanez SR 300 MF , Fender Jazz Bass (il mio numero 1) Squier CV60s Jazz Bass fretless , Cort GB-74. Alcuni di questi potete vederli e sentirli negli shorts che pubblico. Per il momento non utilizzo amplificatori fisici, ma posso dirti che il mio sound è interamente realizzato “in the box” utilizzando Amplitube 4 di IK Multimedia.
Invece il tuo dream setup?
Non ho ancora un setup dei sogni, per il momento vado avanti con quello che mi ritrovo, utilizzandolo anche in sessione live. E devo dirti che, nonostante sia un setup semplice, mi sono trovato benissimo.
In che modo la scala del basso e il numero di corde influenzano l’estensione, il suono e le possibilità espressive?
Come ti dicevo, dipende molto dal genere che vuoi suonare e da cosa vuoi trasmettere al pubblico. Io, per esempio, preferisco restare sul 4 corde; non disprezzo affatto il 5 o il 6 corde, di cui riconosco le infinite potenzialità, ma per quello che voglio comunicare io, il 4 corde resta il mio strumento ideale.
Per chiudere questa intervista, che messaggio vorresti lasciare ai nostri lettori e alle nuove leve del basso elettrico?
Intanto voglio ringraziarti per questa bellissima intervista e soprattutto per le domande… davvero stupende! Grazie di cuore. Quello che vorrei comunicare è questo: prima di giudicare, ascolta approfonditamente. Solo allora avrai la consapevolezza per riconoscere cosa ti piace davvero e cosa vuoi diventare. Lì fuori è una giungla; sii te stesso e crea il tuo stile, solo così verrai riconosciuto da chi ti ascolta. E chissà, magari potresti diventare fonte d’ispirazione per altri musicisti, ma intanto vai dritto per la tua strada senza fermarti.
Scopri di più da Bass Groupie
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.