La voce dei bassisti – Giovanni Mannu (Twilight Zone)

“La voce dei bassisti” è una rubrica / bacheca aperta alla community, il cui scopo è dare spazio ai bassisti per raccontarsi, confrontarsi e condividere punti di vista sullo strumento.

Ciao Giovanni, sei un bassista con una lunga esperienza alle spalle, attivo fin dal 1985. Ti va di presentarti ai nostri lettori e raccontarci il tuo percorso musicale?

Ciao a tutti, e specialmente grazie a te, Susanna, per avermi concesso questo spazio. Ti seguo da tempo e apprezzo molto il tuo stile! Sono uno stagionato rocker (born in ’65, girl…) e provengo da Ozieri, una cittadina della Sardegna vicino a Sassari. Sin dall’infanzia mio padre mi ha fatto amare la musica, specie quella italiana: non era un musicista, ma la mia vena melodica ha certo origine dagli ascolti infantili di Fred Buscaglione, Edoardo Vianello o Peppino Di Capri. Negli anni ’80, da adolescente, ascoltavo di tutto, da Venditti a Bennato, ma la svolta fu quando mi venne regalato il singolo degli Yes, “Does It Really Happen?”, sigla di “Discoring“, storica vetrina musicale della mia epoca.

Cosa ti ha portato ad avvicinarti allo strumento?

Quella dannata intro di basso di Chris Squire… mi si era impiantata dentro come lo xenomorfo di Alien : la strada era segnata. Tieni presente che in quegli anni le possibilità di ascoltare musica rock, o almeno vicina al rock, erano ridotte e legate alla generosità delle poche radio che la trasmettevano. Il nuovo punto fermo si stabilì quando entrai in possesso di un album che, per me, fu detonante, parlo del primo lavoro degli Iron Maiden. Da lì, tutto in discesa e a rotta di collo!

Ok, ma poi al basso elettrico come ci sei arrivato?

In quegli anni, con degli amici, fondammo una band storica per la scena heavy metal sarda: gli Skull. Ma, essendo la loro line-up già completa e mancandomi in quel momento la preparazione musicale necessaria, mi ritagliai lo spazio come manager e paroliere: un Valerio Negrini del metal sardo, ah ah! Era il 1982. La band aveva una certa popolarità e godeva di considerazione, ma il ruolo mi stava stretto, tanto che nel frattempo avevo iniziato a suonare il basso da autodidatta con un paio di amici in una cover band, provavamo brani di Ratt, Maiden, Quiet Riot. Tre anni più tardi nacque il progetto Twilight Zone.

Com’è stato crescere come bassista nella Sardegna degli anni ’80 e poi ’90? Che tipo di scena musicale hai trovato?

Guarda, ti dico che la scena musicale della nostra cittadina, Ozieri, era sempre stata floridissima. Dal beat al pop era un nascere di gruppi più o meno validi, ma comunque era una scena viva. L’irrompere del metal fu una variabile impazzita e l’incendio divampò presto. Erano anni splendidi, poveri forse dal punto di vista strettamente tecnico, ma esplosivi per vitalità e potenziale. Solo fra Sassari e provincia potevi ascoltare e andare a vedere dal vivo almeno quindici band valide, composte da musicisti di grande talento. Non li cito per non fare torto a nessuno, ma sono tutti nel mio cuore e nella mia memoria. Golden years, you know

Con i Twilight Zone fate un heavy metal che si tinge di sfumature AOR e melodic rock. Ti va di raccontarmi com’è cambiato il vostro sound e la formazione nel tempo?

Conobbi il secondo e fondamentale tassello per il progetto che avevo in mente: un giovane chitarrista proveniente da Oristano, Alberto “Benga” Floris, proprio sui banchi di scuola. Fu amicizia a prima vista e subito la band prese vita. Scelsi io il nome Twilight Zone, un po’ in omaggio alla serie TV, un po’ perché pensavo che quel moniker non ci avrebbe costretti in un preciso stile musicale. Strano a dirsi, anche se molti me lo chiesero negli anni, non ero stato ispirato dal singolo dei Maiden! Avviato il progetto, reclutammo un batterista, Adriano Pinna, fratello minore del batterista degli amici Skull, e incominciammo a provare nel garage della mia famiglia… infine arrivò il terzo membro stabile della band, che ci raggiunse qualche settimana dopo: il giovane cantante, 17enne, Daniele Ledda. Già vocalmente già molto maturo e dotato di un gran talento. Iniziammo da subito a proporre musica nostra, chiaramente i primi pezzi rispecchiavano le nostre origini e i nostri gusti del momento: dai Van Halen agli U2, passando per Manowar , Iron Maiden, Queensrÿche e perfino Marillion. Agli esordi, con il primo demo “Out of the Dark“, ci davamo giù abbastanza duri…

E poi?

Grazie all’ ingresso nel roster del tastierista Simone Sassu, al secondo demo, “4 to Zero” , ci eravamo orientati verso un suono più arioso e accurato, decisamente più AOR. Con questa formazione abbiamo affrontato fra il 1985 e il 1989 una buona quantità di concerti, che ci hanno regalato una certa popolarità e un buon apprezzamento sia di pubblico che di critica in ambito regionale, nazionale ed internazionale, almeno a livello underground, con alcuni momenti memorabili quali il concerto a Pescara con Unreal Terror e Wildee. Personalmente credo che la nostra prova migliore sia stata, a fine anni ’80, il terzo e ultimo demotape, 1989, che purtroppo non abbiamo mai reso pubblico. Registrato con una formazione rimaneggiata dopo l’addio di Alberto e distribuito solo ad alcuni addetti ai lavori, di fatto accompagnò la band verso un sonno senza sogni che sarebbe durato 30 anni… nel 2020 il risveglio. La morte di mio padre fece sì che Daniele, con cui non ci eravamo mai persi definitivamente di vista, mi chiamasse, e da lì ripartisse un po’ tutto, anche se con un’inusuale formazione a due.

Scartabellando tra il vostro materiale ho scoperto che all’ epoca siete stati intervistati anche da HM…

Caspita, Susanna Holmes ! E non solo HM, ma anche Metal Shock ed altre fanzines di settore in tutto il modo… conservo un faldone di recensioni internazionali tutte molto positive. Per HM venni intervistato da Vincenzo Barone, mentre per Metal Shock da Klaus Byron… due belle persone, innamorate della musica, che purtroppo non sono più con noi… in particolare Klaus divenne nostro manager, facendoci firmare il contratto con la sua agenzia Musical Box Promotion, e portandoci alle soglie del primo storico disco. Traguardo negato, inopinatamente, dalla partenza per la naja di me ed Alberto in contemporanea, cosa che infranse tutti i nostri sogni. Al nostro rientro infatti il giocattolo si era rotto in modo irreparabile, portando allo split con Benga e, dopo pochi mesi, e qualche sporadico live con nuovi musicisti, al letargo di cui ti ho parlato. Peccato, quanti rimpianti oggi.

Ultimamente avete rilasciato un singolo: “Everybody Knows”. Ci racconti le tematiche del brano?

Everybody Knows è un monito, un avvertimento sulla pericolosa deriva digitale che viviamo in questi ultimi anni. Anche la “lore” del video, provocatoriamente realizzata con l’aiuto della AI, ci mostra in modo distopico i rischi a cui si va incontro. Fra le prime vittime iscriverei la musica. Pensaci: ormai per farsi conoscere, più che suonare bene live o proporre un buon pezzo, è fondamentale avere un seguito social, altrimenti la partenza è già difficoltosa.

giovanni mannu
giovanni mannu twilight zone

Come si è svolto il lavoro su questo brano, dalla composizione iniziale alla definizione degli arrangiamenti e della produzione finale?

La genesi dei nostri pezzi è più o meno la stessa dagli esordi. Io o Daniele (o Alberto anni fa), proponiamo un riff di chitarra o basso, che viene limato, arrangiato e reso stabile. Poi, in genere è un mio compito, scrivo i testi. Alla fine si assembla il tutto e la piccola magia si concretizza. Al momento siamo fuori con quattro pezzi, accompagnati dai relativi video e reperibili su tutte le piattaforme di streaming e su Youtube : Pray For Rain, il primo uscito, When, Little Lies e il già citato Everybody Knows. Purtroppo, e mi rammarica, abbiamo una produzione piuttosto lenta, legata ai problemi della vita, del lavoro e della famiglia. Il mio fratello in musica, Daniele, un musicista poliedrico, di grande talento e immensa creatività, oltre a suonare chitarre e tastiere, cantare e programmare la batteria, si occupa della produzione, del mixing e della realizzazione dei video, con carichi di lavoro a volte incompatibili con la nostra vita reale. È il prezzo da pagare per la nostra condizione di band “indie”. Tieni presente che siamo sempre al lavoro sulla nostra musica in ogni ritaglio di tempo e abbiamo almeno dieci brani già completi, solo da rifinire. Tanta musica, poco tempo.

Ma c’è anche un colpo di scena…

Sì, nel video di When, traccia scritta da me e Dany nel ‘86 (dedicata alla piaga, sempre attuale purtroppo, degli incendi in Sardegna), e poi ripresa ed ri-arrangiata come secondo singolo, ospitiamo alla chitarra mio figlio Elia, che ha oggi l’età che avevo io quando scrissi il pezzo… di certo un plot twist che 40 anni fa non avrei mai potuto immaginare! Inutile dire quanto il fatto possa rendermi orgoglioso!

Entriamo un po’ più nel dettaglio del nostro strumento. Come descriveresti il suono del basso negli anni ’80 e poi ’90 rispetto a quello contemporaneo? Quali caratteristiche si ricercavano maggiormente all’epoca?

L’incipit “ai miei tempi…” è triste, ma calzante. Vedi, in quegli anni completamente analogici, uno strumento come il basso, quasi sempre, andava in diretta… live nell’ampli (quando presente), invece in studio, dritto nel mixer. Pochi usavano un filo di effettistica, e sempre con i fatidici pedalini Boss… un po’ di compressione, un delay a volte per alcune atmosfere, ma in generale linea diretta e volumi su! Mi ricordo che possedetti per diversi mesi una curiosa pedaliera, forse Roland, con quattro pedali a scatoletta che si inserivano a slitta, stravagante, era fondamentalmente un preistorico multi effetto per chitarra, all’ epoca non mi piacque e rinunciai, rivendendola.

Se dovessi fare un confronto diretto: cosa pensi si sia guadagnato, e cosa eventualmente perso nel suono del basso di oggi?

Mah, il nostro è uno strumento bellissimo, che suona bene liscio o processato. Certo, i bassisti di oggi hanno possibilità per noi inimmaginabili in termini di suoni, emulatori digitali o offerta di strumenti e componentistica di assoluta qualità, quindi sicuramente una certa e positiva evoluzione c’è stata e ben venga… da vecchio mi sono blandamente digitalizzato anche io.

twilight zone

Dal vivo cercavi la totale fedeltà al disco o lasciavi spazio a variazioni?

No, dal vivo mi dedicavo al pezzo , cercando sempre di emulare quanto creato e arrangiato in sala prove o in studio. Come rovescio della medaglia questa mia caratteristica mi ha reso un bassista visivamente un po’ statico, sul modello di artisti quali Ian Hill dei Judas Priest. Troppa corsa on stage non faceva per me, e l’errore, quando lo facevo, mi indispettiva.

Che dotazione impiegavi?

Come bassi ne ho posseduti parecchi, ma ne riparliamo. Come ampli sempre il Marshall JCM 800 valvolare, testata e cassa 4 coni, verso la fine dell’avventura passai alla Peavey con dei combo, per motivi logistici e di trasporto. Pedali pochi: Boss, compressore, delay e phaser. Della pedaliera Roland, di cui non ricordo il modello, ti ho già raccontato. Corde rotosound con scalatura sempre 45/105, ma all’epoca la scelta era poca…

Usavi un basso attivo o passivo in quel periodo?

I bassi dell’epoca erano prevalentemente passivi, la tecnologia preamp non era ancora affermata. Ho avuto il primo basso attivo nel 1992, e lo possiedo ancora… si tratta di un modello headless della Hohner, il The Jack Bass Custom in rosso, un ottimo strumento. Leggero e bilanciato: manico passante, ponte Steinberger, 2 pick ups soap bar tipo jazz bass, lo suono moltissimo a casa.

Il rapporto con i propri strumenti a volte assomiglia a una vera e propria relazione: ci sono bassi a cui sei rimasto legato e da cui non sei mai riuscito a separarti?

Certo, ti ho appena raccontato del mio Hohner, ma generalmente, da giovane, cambiavo gli strumenti con frequenza, ad un certo momento ne ho posseduti anche 8 o 10 insieme. Ma poi li rivendevo, sempre alla ricerca della prossima sensazione forte… brutto ma è cosi. Vado a memoria e ti elenco i migliori… Aria Pro II ZZB Explorer nero, Squier Precision bianco, un Vantage giapponese 315 SBX nero opaco, Charvel Jackson 2B rosso, Jackson JS Bass rosso Randy Rhoads, Steinberger 2L headless nero, Bernie Rico Eagle color legno, Ibanez Soundgear SR800 blu notte. Ed altri che ho rimosso o posseduto per troppo poco tempo.

Qualcuno che hai lasciato andare ma che poi hai rimpianto?

No, davvero, ero troppo giovane e frivolo…

Plettro o dita?

Dita … con il plettro mi trovo male, anche se mi piace l’attacco diretto della nota. Le dita possono essere “piuma o fero” , quindi sono sempre maggiormente versatili!

Che ampli o testate erano più comuni nel tuo setup?

Marshall, valvolari storici, ma biblici da trasportare!

Senti, ma racconta un po’ anche a noi bassisti più giovani: com’era registrare il basso all’epoca? Lo facevate in presa diretta o con ampli microfonato?

Non esistevano gli emulatori digitali di oggi, quindi andavi live con ampli microfonato, quando questo era presente. Se invece non si poteva trasportare (e capitava), linea in direttamente nel mixer. In studio quantomeno era possibile dare del colore con i primi rack analogici, ma sempre meno che per una chitarra… dal punto di vista strettamente tecnico non mi sono mai preoccupato del dettaglio, mi affidavo al service live o al fonico e producer di studio.

Quanto era importante essere “precisi” rispetto a oggi, dove si può sistemare tutto dopo? / Quante take facevate di solito prima di tenere quella buona?

Allora si provava live, nella cantina, attaccati all’ampli, senza tappi nelle orecchie… no cuffiette o ear buds, volume a stecca e materassi sulle porte, davvero dei volumi assurdi, infatti ho pagato un pesante tributo auditivo, perdendo parecchie frequenze. Provavamo per ore, anche 5 o 6 con brevi pause per fumare o riposare le orecchie… o per parlare con i carabinieri chiamati dai vicini. Peace e love…

Si suonava con il click o andavate più ‘a respiro’ con la band?

Click? Simbiosi direi… era fratellanza, osmosi sonora, compenetrazione…

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Tornando ad oggi, invece, qual è il tuo setup?

Ohhh, il domani non muore mai!!! Ok, non mi vergogno del passato, ma rievocarlo mi ricorda quanto precipitosamente mi stia avvicinando al vedere le radici da sotto, capisci a me… ad oggi, visto il fatto che ancora non ho ripreso a suonare live, essendo TZ al momento una studio band, non ho un amplificatore, o meglio ne possiedo uno assai piccolo della Laney, che uso per divertirmi. Possiedo tre bassi, che utilizzo per studiare e registrare, collegandoli in diretta alla scheda audio del PC attraverso un multieffetto Zoom B3N. Ho tre bassi dicevo: Il mio vecchio pard Hohner Jack Bass, un Sire MM4 Marcus Miller blu, al momento in vendita, ed infine il mio ferro preferito, uno Spector Legend trasparent blue, che uso per registrare le tracce dei Twilight. Il mio prediletto quest’ultimo, lo adoro, tanto da aver messo nel mirino, non appena possibile ($$$$), uno Spector NS 2 Pulse Satin.

Solo bassi attivi?

Sì e tutti rigorosamente a quattro corde. Mute di corde Rotosound o Elixir 45/105. Ho avuto per un breve periodo un paio di anni fa, un Ibanez SDGR705 cinque corde, che però ho dismesso sia per il peso, eccessivo, che per la pigrizia di dovermi adattare a nuove posizioni sulla tastiera. Ad onor del vero, è stata una recrudescenza musicale, avendo avuto nei tardi ‘80 uno Yamaha TRBX 5 corde bianco, che ho sedotto ed abbandonato per gli stessi motivi… lo so, sono una brutta persona.

Quali elementi consideri fondamentali per il tuo suono?

Il mio personale tocco, buono o cattivo che sia, e la mia creatività. Come ti ho detto, processo poco il segnale. Credo che il suono venga da dentro, dalla tua sensibilità, dal cuore (violini please…) . Molto fa anche lo strumento, ma la tua visione darà sempre il suono giusto. Troppo mistico?

Molti gruppi, anche giovani, stanno riscoprendo e riproponendo l’estetica e il sound di quella decade, un linguaggio che sembra tornato molto in voga. Secondo te, cosa rende davvero “anni ’80” un brano suonato oggi: sta tutto nel suono e nell’arrangiamento oppure anche nell’atteggiamento e nel modo di suonare?

La buona musica non muore mai, è come l’energia: non si crea e non si distrugge, ma si trasforma… gli anni ’80 furono carichi di sfrontatezza, creatività e fiducia. Tutto sembrava possibile, ed il sogno, qualsiasi fosse, sembrava a portata di mano. Poi bisogna dire anche che la musica è ciclica, come “certi amori, fa giri immensi e poi ritorna…”

Cosa rende ancora così attuale questo linguaggio musicale? Perché è così amato?

Forse se ne rivaluta la genuinità, ed il senso di libertà che regala. Siamo schiavi di stilemi e linguaggi troppo standardizzati, e ascoltiamo musica preconfezionata, proposta da artisti tutti uguali nella proposta e nelle esecuzioni. In fondo , per quanto imperfetta, questa musica era ed E’ vera, viene dal cuore e passa dalle mani. Irregolare, a volte sguaiata e selvaggia, ma vera. Poi non voglio mentire, la fascia dei nostalgici più maturi, come il sottoscritto, è sensibile alla nostalgia. Ho solo alcuni dubbi su dei furbeschi re-brand di certi gruppi storici, ma tant’ è…

Saluta i nostri lettori e lascia un consiglio per tutte le nuove leve che vogliono avvicinarsi al basso elettrico

Ciao , nostri lettori!!! Se vi va, ascoltate la nostra musica, guardate i video, seguiteci e condividete! Per chi si approccia allo strumento, invece, lo faccia con amore, rispetto e costanza, suonare queste tavole di legno con le corde è una cosa bellissima… e siate sempre voi stessi. Un abbraccio e grazie a te Susy, per questa bella chiacchierata, lunga come solo quelle dei vecchi zii possono essere, ma del resto, si parte da lontano… besos!!!


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